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Miguel de Unamuno, Nebbia

Figlio unico di madre vedova, Augusto Pérez, il protagonista di Nebbia è un giovane ricco, introverso e annoiato. Rimasto orfano, non sa che fare della propria vita, segue una ragazza per strada (Edipo è dietro l’angolo) e s’innamora perdutamente. Non gliene verrà niente di buono: Eugenia è già fidanzata e se gli permetterà di corteggiarla, fino ad accettare di sposarlo, sarà solo per lasciarlo con un palmo di naso la vigilia delle nozze. Augusto però fa breccia anche nel cuore di un’altra e si domanda se sia davvero innamorato di Eugenia, o non piuttosto della donna in generale, o dell’idea dell’amore. Intorno al protagonista ruota un’umanità varia: dall’amico Victor Goti, alter ego dell’autore, impegnato a scrivere un romanzo curiosamente simile a quello che il lettore ha fra le mani, alla coppia di domestici che si prendono cura di lui e che sembrano ritagliati, come gli zii di Eugenia, dal cast di una telenovela. Non manca neppure il cane (nella tradizione delle novelas di Cervantes) Orfeo, che raccoglie le confessioni di Augusto e sarà l’unico a piangerlo.

L’autore tocca con sapiente ironia tutte le corde del melodramma – con largo uso di dialoghi e monologhi –, prendendosi gioco dei dubbi esistenziali e della sostanziale frivolezza del suo personaggio, e dell’artificiosa commedia delle passioni umane. Ma se la cifra comica prevale per gran parte del romanzo, poi arriva anche la tragedia, o la tragicommedia. E se prima la filosofia di Augusto recitava: «Noi uomini non siamo soggetti né alle grandi gioie né ai grandi dolori, perché queste gioie e questi dolori ci giungono avvolti in un’immensa nebbia di piccoli eventi. E la vita non è altro che questo, nebbia», quando si dispera per la fuga di Eugenia con l’ex fidanzato, ferito nell’amor proprio, medita il suicidio. Si rivolge per un consiglio a Miguel de Unamuno, che entra in scena come personaggio e prende la parola (si passa così dalla 3a alla 1a persona).

Con questa imprevista e raffinata svolta metaletteraria cambia bruscamente anche il tema del romanzo, che diventa la rivendicazione d’immortalità del personaggio nei confronti del suo creatore, deciso invece a farlo morire. (A segnalare i punti di contatto con le tematiche pirandelliane provvide lo stesso De Unamuno, in un articolo del 1923: “Pirandelo y yo”.)

Testo emblematico e di cesura nella variegata opera di Miguel de Unamuno (1864-1936) – filosofo, scrittore, drammaturgo e poeta appartenente alla Generazione del ’98 –, Nebbia uscì nel 1914 e la sua stesura accompagnò quella di Il sentimento tragico della vita, il suo più celebre saggio filosofico, cui fa da curioso contrappunto.

Ormai un classico del Novecento spagnolo, amato dal grande pubblico grazie all’apparente facilità di lettura, Nebbia è soprattutto un banchetto per la critica, che ne ha declinato gli innumerevoli aspetti arrivando anche a vedervi un’anticipazione di tecniche narrative degli scrittori latinoamericani degli anni ’60.

 

Miguel de Unamuno, Nebbia, tr. di S. Tummolini, Fazi.
(Pubblicato su Alias.)

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Pablo Besarón, Effetti collaterali

Simurg è una piccola casa editrice argentina che ha dato vita negli anni a un catalogo prezioso. Nata, per ammissione del suo factotum Gastón Gallo, per pubblicare Dell’eleganza mentre si dorme, originalissimo romanzo degli anni ’20 del Visconte Lascano Tegui, si è arricchita via via di testi di Roberto Arlt, César Aira, Martín Kohan, Alberto Laiseca (il monumentale Los Sorias e i Cuentos completos), e Jorge Barón Biza, di cui La Nuova Frontiera ha pubblicato di recente il bellissimo Il deserto. Simurg si è inoltre confermata nel corso del tempo come una fucina di giovani e talentuosi scrittori argentini.

La collana Gli eccentrici dell’editore Arcoiris, che vanta già nel suo catalogo Alberto Laiseca, con Avventure di un romanziere atonale, cui seguiranno i racconti di Ammazzando nani a bastonate, pubblica ora Effetti collaterali, nella traduzione di Livio Santoro, una raccolta di dieci racconti di Pablo Besarón, organizzata in due parti: “Frontiere e oltre”, e “Mettiamoci una pietra sopra”. È ormai diventato un luogo comune affermare che tutta la letteratura argentina dopo Borges deve fare i conti con l’impegnativa eredità del Maestro. E l’aggettivo “fantastica”, riferito a questa letteratura, è considerato quasi pleonastico, abbracciando autori come Cortázar, Bioy Casares e Silvina Ocampo. Besarón non sfugge a questo destino, anche se i racconti della seconda parte sono, almeno in apparenza, di stampo realista, e anche se il suo referente principale rimane Ricardo Piglia. Sono facilmente individuabili le tematiche principali: la morte, quasi onnipresente, i fantasmi, il romanzo familiare, il viaggio. Nel racconto “In un altro luogo” si tratta di un feto mai nato in realtà, ma solo nel desiderio del padre; in “Delia e la telenovela delle cinque” c’è un’anziana che, pur defunta, non rinuncia alla sua telenovela preferita; in “Vita da romanzo”, in cui si menziona il famoso racconto di Cortázar “Continuità dei parchi”, è questione di un suicidio, mentre in “Notizie su Cevares” un uomo in fuga dopo aver commesso un omicidio prende il posto di un altro, ritrovandosi con una moglie, una figlia e un lavoro: una nuova vita. In “Parenti” il tema è enunciato nell’incipit: “La morte di un familiare implica queste cose… L’anello della catena che viene a mancare (il morto) fa sì che questa si spezzi. Si pensa che la scomparsa possa essere colmata, ma non è sempre così”. In “Gli ultimi giorni di Daniel Knopoff”, l’unico racconto di ispirazione poliziesca, il viaggio diventa la causa della morte del protagonista. Ed è qui che compare l’espressione “effetti collaterali”, il concetto unificante di tutti i racconti, secondo Besarón: “La storia si sviluppa in una direzione, ma a un certo punto si produce un effetto distruttivo, che alla fine diventa la trama principale. La letteratura deve sconcertare, deve segnare un punto di frattura”. Effetti collaterali è la prima prova narrativa di Besarón, classe 1974, autorevole saggista (autore fra l’altro di: La conspiracion. Ensayos sobre el complot en la literatura argentina), e ha raccolto critiche unanimemente positive in patria.

Un’ultima malinconica considerazione extraletteraria: nel colophon compare l’avvertenza: “Opera pubblicata nell’ambito del programma Sur di supporto alle traduzioni”, che i lettori più attenti avranno già trovato in molti libri di autori argentini pubblicati da noi negli ultimi anni. Ebbene, l’ascesa al potere di Mauricio Macri ha comportato la sospensione di questi finanziamenti, e, vista la generale situazione di crisi dell’editoria, non è certo una buona notizia.

 

(Pubblicato su Alias il 17 luglio 2016.)

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Il giro del giorno in ottanta mondi di Julio Cortázar

600full-julio-cortazar«Ricordo una conversazione con Julio Cortázar in un bistrot parigino, a metà degli anni ‘60, un periodo nel quale ci vedevamo abbastanza spesso. La casa editrice Siglo XXI gli aveva chiesto da tempo un libro, e lui girava intorno a un’idea che gli sfuggiva. Finché quel giorno l’acciuffò. Era eccitato e contento: “Un viaggio intorno al mondo, come quello di Phileas Fogg [il protagonista di Il giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne], ma senza muovermi dalla mia scrivania. Un libro pazzo, da fuori di testa, fatto di ritagli e avanzi, come un grande collage”. Avrebbe ripreso progetti abbandonati a metà strada, riscattato testi sperduti in riviste effimere, scritto articoli, profili opastiches ispirati ai dischi, alle foto o agli oggetti che aveva intorno a sé… Quando Il giro del giorno in ottanta mondi comparve, nel 1967, nella sua genialità anarchica era anche involontariamente sedizioso poiché spezzava le frontiere fra i generi, un misto di humour e serietà, di poesia, gioco, pittura, politica e follia nel quale scoppiettavano, con allegria e insolenza, la curiosità universale e lo spirito da adolescente di quel cinquantenne che era allora Cortázar, e la sua voracità cosmopolita, la sua generosità e il suo candore.» Così sciveva Manuel Vargas Llosa a proposito del libro dello scrittore argentino pubblicato ora per la prima volta in Italia dalla casa editrice Alet nella bella traduzione di Eleonora Mogavero.

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Bolaño: 13 minirecensioni

Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce (con A. Porta)

(Consejos de un discípulo de Morrison a un fanático de Joyce, 1984)

 

L’esordio editoriale di Bolaño nella narrativa, dove compaiono già alcune costanti dell’opera futura: una trama poliziesca, d’azione, violenta, su cui si innestano le preoccupazioni metaletterarie dell’autore e da cui emergono le sue passioni viscerali. Una storia d’amore tossico intrisa di nichilismo fra una coppia di giovani balordi che si dedicano a imprese stile Arancia meccanica nella Barcellona degli anni Ottanta. Per lei finirà male, mentre il romanzo non finisce come il lettore si aspetterebbe, ma con un’appendice di lettere. Segue un breve racconto di analoga ispirazione, “Diario di un bar”. Lo scrittore catalano coautore del romanzo ne illustra la genesi in una nota finale.

 

La pista di ghiaccio

(La pista de hielo, 1993)

 

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Roberto Bolaño, La pista di ghiaccio

Se Amuleto e Notturno cileno erano assoli e I detectives selvaggi un coro polifonico, La pista di ghiaccio – l’ultimo romanzo di Roberto Bolaño uscito in Italia –, con le sue tre voci narranti, è un trio da camera. Gaspar Heredia, poeta messicano, è guardiano notturno in un camping sulla Costa Brava (“Io non sono uno che chiede la carità”). Il suo occasionale datore di lavoro, conosciuto anni prima in Messico, Remo Morán, cileno, è un commerciante di bigiotteria con la vocazione dello scrittore (“Non sono, come si è detto ultimamente, l’uomo di paglia di un narcotrafficante colombiano”). Enric Rosquelles, infine, politico socialista responsabile dei servizi sociali, è un idealista felicemente approdato al sottogoverno e a un candido cinismo (Io non mollo mai”). Attraverso i racconti dei tre veniamo a sapere dell’assassinio di un’ex cantante d’opera – la parola “omicidio” compare fin dalla prima pagina – che viveva come una barbona nel camping. La vicenda è raggelante come il luogo del delitto: una pista di ghiaccio di cui pochissimi conoscono l’esistenza, all’interno di un palazzo storico disabitato e isolato. I racconti si intrecciano illuminando i rapporti fra i tre personaggi principali e facendoci intravedere squarci della vicenda, spingendo la narrazione verso il climax, ma senza contraddirsi o sovrapporsi, perché in fondo ciascuno racconta (o tace) di sé.

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